Ho scoperto Pietro Morello circa tre anni fa, quando il Coronavirus limitava ancora alcune attività e non si usciva molto. Un pomeriggio, mentre guardavo dei video, mi è apparsa l’immagine di un ragazzo giovane con i capelli tinti di bianco: Pietro Morello. Intorno aveva parecchi strumenti musicali, alcuni davvero molto strani. Così mi sono incuriosita e ho continuato a guardare.
Pietro Morello è un musicista poliedrico e videomaker da milioni di follower. Il suo raro talento musicale lo ha portato ad intraprendere un’affascinante carriera di artista e comunicatore. Nei suoi video racconta e dimostra moltissime qualità e aspetti decisamente toccanti della sua vita e della realtà. Per esempio, spesso si occupa di volontariato presso il reparto oncologico dell’ospedale Regina Margherita di Torino, la sua città. Con i bambini ha un rapporto speciale e fin da giovanissimo ha trovato il modo di dare loro una mano e farli sorridere, anche nelle situazioni più difficili, tramite la sua più grande passione: la musica. Infatti, dopo mesi di intensa pianificazione e di rigidi controlli, fin da giovanissimo decide, senza pensarci due volte, di fare lo zaino e partire per una missione umanitaria. La prima volta è stata nella baraccopoli di Baia Mare, al confine tra Romania e Ucraina, all’età di diciotto anni.
Nel 2021 ha deciso di scrivere un libro – intitolato “Io ho un piano” – con la finalità di raccontare la sua testimonianza e portare alla luce alcuni aspetti importanti che spesso passano inosservati e che molti trattano con superficialità.
Nel suo libro spiega tutte le sue esperienze. Nonostante siano passati circa sette anni, ricorda benissimo le urla, le attività quotidiane che risultano quasi impossibili in una situazione così complessa, l’inverno gelido e il terrore di notte, quando tutto diventa buio e cupo: non riesci a dormire, la tensione è troppo alta, hai paura che uno dei bambini che hai fatto divertire poco fa possa non risvegliarsi più all’indomani.
Nel libro l’Autore delinea chiaramente che cosa si fa in una missione umanitaria, la preparazione che bisogna avere prima di decidere di partire e l’estrema prudenza con cui si percorrono le strade di alcune zone. Tutto il lavoro per riuscire a portare un bambino dalla discarica ai banchi di scuola, per assicurare cibo ed educazione a ciascuno di loro ecc. Ma partecipare a una missione non vuol dire solo lavorare e avere paura, significa imparare tantissimo dal popolo che impari a conoscere, divertirsi con i bambini ed emozionarsi ogni volta che si riesce a fare un piccolissimo passo in avanti per quanto riguarda la società e comprendere che cos’è veramente la felicità. Pietro, con il suo motto “la felicità è una scelta” – ovvero, nessuna condizione impedisce di essere felice, al massimo siamo noi a non vedere il bello – spiega tutto ciò che ha capito stando con i bambini e come, prestando un po’ di attenzione, si possa trovare un po’ di felicità ovunque.
Anche se attualmente ha solo venticinque anni, il modo di pensare e percepire la realtà di Pietro sono cambiati tanto dal suo primo viaggio. Quella prima missione umanitaria lo ha reso nettamente più maturo e consapevole. Noi invece, spesso non riusciamo nemmeno ad immaginare certe cose perché non le abbiamo mai vissute.
Grazie ai momenti memorabili trascorsi con i bambini e tutto ciò che queste avventure gli hanno lasciato impresso, dalle baraccopoli dell’Est agli slum del Kenya, Di Pietro mi piace tantissimo la sua curiosità e la sua voglia di sperimentare cose nuove. Inoltre, oltre ad essere simpatico, coinvolgente e leggermente folle nei suoi video e nei suoi discorsi, è estremamente profondo e riflessivo. Il suo libro mi ha fatto davvero pensare e ho notato subito la sua serietà e costanza in tutto ciò che fa – anche perché senza di esse non sarebbe arrivato dov’è adesso. Per di più mi sono accorta di quanto un incontro con qualcuno o un pensiero apparentemente passeggero possa realmente cambiare la tua vita.
