IL DECAMERON DELLA PAOLO VI

Era l’estate di qualche hanno fa, mio papà con alcuni amici e le rispettive famiglie aveva organizzato di fare la traversata del Latemar.
Il programma era questo: partenza a piedi dal passo Feudo fino ad arrivare al rifugio Torre di Pisa e poi dal rifugio, attraverso la ferrata dei Campanili, fino al bivacco Rigatti, dove avremmo passato la notte. La mattina seguente saremmo discesi fino alla malga Meyer, pranzo e poi ritorno a casa.
Erano le sei di mattina, il sole era ancora basso sulle montagne, quando, lasciate le auto al parcheggio di Pampeago, iniziammo a camminare lungo una strada asfaltata. Terminato questo breve tratto iniziò la salita di circa tre ore: ricordo che fu molto faticoso. Quando finalmente arrivammo al rifugio Torre di Pisa stremati, mangiammo qualcosa molto velocemente perché dovevamo ripartire perché il rischio era quello di non arrivare al bivacco entro sera. Ripreso il cammino eravamo oramai in quota, in un paesaggio lunare: un sentiero di sassolini bianchi finissimi che ci ha portato all’inizio della ferrata dei Campanili del Latemar. Indossammo l’imbragatura e, mi prese una gran paura perché agganciati ad una corda di ferro percorremmo un sentiero molto esposto, senza protezioni fisse: dovevamo stare in equilibrio per non cadere giù. Dopo circa 40 minuti raggiungemmo la cima più alta della massiccio del Latemar. Che panorama meraviglioso! Restai immobile dieci minuti a guardare l’immenso spazio attorno, si poteva guardare a 50 km di distanza, giù nella valle del fiume Adige.
Poi iniziò la discesa, pericolosa, fino a raggiungere il bivacco di acciaio color arancione. Quando arrivammo era l’ora di cena, ero stanchissima, mangiai a malapena poi entrai nel bivacco e mi sdraiai nel sacco a pelo su un materasso “pulcioso”. Qui accadde un fatto che mi è rimasto impresso nella mente: era ormai notte, fuori buio pesto, l’unica luce era quella della luna e delle stelle, quando arrivò un gruppo di persone in preda al panico che iniziarono a picchiare alla porta del bivacco chiedendo aiuto perché un loro compagno era ferito ad una gamba, mi impressionai a guardarlo; non riuscimmo ad aiutarlo molto ma almeno avevamo una benda per fermare un po’ il sangue. Nonostante le nostre insistenze decisero di riprendere il cammino verso valle anche perché la bendatura aveva sortito l’effetto di fermare completamente il sangue. Io stremata, dopo essermi adeguatamente calmata (ci volle un po’) mi addormentai. 
Il mattino dopo, all’alba, mi svegliai, uscii dal bivacco e guardai il sole alzarsi sulla montagna. Ci mettemmo subito in cammino sotto le guglie di pietra bianca delle cime del Latemar quand’ecco che in questo paesaggio meraviglioso incontrammo diverse marmotte e una famiglia di stambecchi: padre madre e due stambecchini che giocavano a rincorrersi. 
Camminammo per circa quattro ore un po’ in piano e un po’ in discesa fino a quando arrivammo alla meta: la malga Meyer! Finalmente ci sfilammo gli scarponi sotto un sole caldo e ordinammo il pranzo. Che bello raccontarsi quanto avevamo vissuto insieme di fronte ad un bel piatto di canederli…un’avventura incredibile!

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