IL DECAMERON DELLA PAOLO VI

Maria è stanca di sperare e le poche lettere che riceve non la rassicurano molto; sa bene che il marito vuole evitarle ogni preoccupazione e non le descriverebbe mai gli aspetti più cruenti, la fame, le ferite, il freddo, il sonno… Non sa se amarlo o odiarlo per questo.
Maria si siede al tavolo spesso, di quercia scura, un autentico manufatto del marito, e pensa.
Pensa alle sue mani grandi, ai suoi occhi scuri, alle fossette e ai riccioli neri, alla cicatrice sul polso, alla pelle olivastra. Pensa all’accento meridionale che la salutava al mattino, prima di andare al lavoro: “Marì, ma ogni giorno più bella mi diventi tu?” all’abbraccio avvolgente che ne seguiva, alle spalle larghe di lui che si avviavano ondeggianti in paese. Ed irrimediabilmente, incontrollabilmente, copiosamente, le lacrime le oscurano gli occhi chiari, si incastrano tra le ciglia lunghe, come piccoli diamanti, le accarezzano le guance rosee e il collo magro, fino a cadere sul tavolo e perdersi tra le venature del legno.
Lentamente vari ricordi si fanno strada nel suo dolore.
È lei, dieci anni più giovane. È innegabilmente bella, con i capelli scuri e mossi che le incorniciano gli occhi chiari e gentili, le labbra carnose ed il fisico sottile ma vigoroso.
Qualcuno le si rivolge. È un giovanotto muscoloso e alto, molto bello, dalla carnagione scura e i lineamenti decisi.
“Sto cercando il signor Secchi. Gli ho portato la carne che aveva ordinato a mio zio, il macellaio.”
“posso ritirarlo io: sono la figlia. Mi chiamo Maria.”
“le lascio il pacco. Grazie mille, signorina… spero di rivederla” le fa l’occhiolino e le stringe la mano bianca.
Maria sorride e lo guarda correre via.
Successivamente compare lei a diciassette anni, seduta all’ombra di un ulivo, vicino a un ragazzo slanciato, abbronzato, riccioluto. È il nipote del macellaio. Il ragazzo delle consegne, lo chiama il paese. Per Maria è solo Edoardo. Le tiene la mano e le infila al dito un piccolo anellino di legno, con incise sopra due lettere: una E e una M che si intrecciano. La guarda con occhi imploranti, dolci, che stonano con la mandibola pronunciata, le sopracciglia scure, gli zigomi evidenti e il mento squadrato. Maria non dice nulla, le parole rovinerebbero quel momento fatto di sguardi e gesti.
E in quel silenzio impregnato di significato, lo abbraccia.
È lì che tutto ha inizio, sotto un ulivo, con un anellino di legno e due ragazzi giovani e sinceri.
Chiude gli occhi si lascia prendere dai quei ricordi.
È radiosa nella piccola cappella, con don Gianni di fronte. Indossa il semplice vestito bianco che prima era appartenuto alla madre, e prima ancora alla nonna. Ha i capelli raccolti in un grande chignon sulla nuca, il velo le copre il viso delicato. Accanto a lei Edoardo la guarda adorante, in un elegante completo scuro.
Si promettono fedeltà. Maria ha un’esplosione dentro, e vorrebbe parlare, ridere, piangere, abbracciare suo marito, ringraziarlo, vorrebbe correre via e vorrebbe fermare il tempo, perché la sua felicità va conservata, vuole che le rimanga addosso, ardente e viva.
Mentre guarda il viso del marito si rende conto che è lo specchio del suo. Felice.
Nella sua testa compare lei un anno più tardi, con il viso stanco e pallido.
Una donna le porge un bambino. Mentre Maria lo prende, il fantasma della sofferenza appena vissuta scompare e la donna si illumina, raggiante. Nel contatto con la carne viva di lui sente che è la manifestazione dell’amore tra lei e suo marito, che ora ha davvero ciò di cui ha bisogno.
Ma bastano pochi giorni per frantumare quella convinzione.
Arriva il 24 maggio del 1915. È un giorno di lacrime e speranze, di addii e di baci, di disperazione e determinazione, di promesse e di paure.
A Maria non importa la causa della guerra, sa che le ha portato via il suo Edoardo, che per la guerra il piccolo Gabriele non vedrà il padre per anni, o forse non lo rivedrà più. Maria è arrabbiata ma non sa contro chi riversarla, quella rabbia. L’unico compagno fedele che l’accompagnerà per anni, da quella data, è il pianto.
Rammenta ogni singolo istante dell’addio ad Edoardo.
Per cena mangiano zuppa di legumi, nessuno parla. Nessuno parla ma tutti vorrebbero. L’unico rumore è il raschiare delle forchette sulle ciotole di legno. Si avverte una forte tensione.
Quando è il momento lui si alza di scatto. Lei gli prende la mano, vorrebbe fermarlo ma sa che non può. Lui le asciuga una lacrima con il pollice. Le dà un bacio sulla testa ed accarezza il figlio.  Maria guarda la sagoma del marito camminare stagliata su un tramonto ignaro.
Infine Edoardo sparisce risucchiato da quella giornata di maggio. La primavera lo segue.
Maria dorme appoggiata al tavolo. Dorme e sembra serena. Quasi felice.
Qualcuno bussa. Bussa una, due, tre volte, e poi colpisce freneticamente la porta, come fa chi è impaziente. Maria si alza con Edoardo ancora scolpito in testa.
Apre la porta. Ha davanti un uomo aggrappato ad una gruccia. Maria vede che non ha una gamba. Alza lo sguardo e fissa i suoi occhi chiari in quelli scuri dell’uomo. È riccio, con la barba incolta, la mascella pronunciata. È bello. È familiare. Sembra quasi… ma no, non può essere lui… lui era più giovane, e quest’uomo pare tanto vecchio… eppure…
“Marì, ma ogni giorno più bella mi diventi tu?” si sente dire.

a cura di Mariachiara A.

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